Il vento rastrella la Val di Mello, dondolano le stelle lampadario. Orione stringe la sua cintura per non farsela slacciare, appoggiando un piede sul Cengalo e una mano sul Badile, che afferra per non cadere. Affondiamo nella valle facilitando l’affiorare dei momenti cardine, con le loro pendenze emotive che risultano più dolci, se scalate insieme.
Mette le mani di nuvole sul viso il Disgrazia. Gigante timido e fragile, da non guardare negli occhi per non sgretolarlo. Al tepore della stufa di laveggio, il Gruppo d’Incontro scioglie piano le maschere, mostrando occhi di quarzo autentico, trasparenti e umidi. I rimpianti diventano possibilità, le differenze ricchezze, i silenzi d’imbarazzo, ascolto profondo. Presente e futuro si mescolano nel confronto continuo e il cambiamento del gruppo passa per l’esperienza relazionale autentica. Vera e congrua per ciò che è, e non per ciò che dovrebbe essere; non per ciò che non è stato, ma per ciò che abbiamo in potere di far diventare.
Mi mancherete. — dice qualcuno, lanciandosi con il coraggio di chi si tuffa nel Mello ad aprile. Morbegno ci illumina nel chiederci in cerchio qualcosa di semplice: cosa mi porto a casa?
“Tutti voi” — dice qualcuno con voce granitica. — “Tutti voi che ora conosco veramente.”
“Mi porto a casa il vostro essere tramonti incontrollabili.” — dice qualcun altro con la voce che si sgretola.
Orione appoggia il suo Badile e si asciuga la fronte. Sbuffa di fatica, soffiando lontano le mani di nuvole appoggiate al Disgrazia, che mostra finalmente il suo viso-versante. Il treno che parte, gli abbracci che restano, il gruppo che si trasforma.