Da Konjic – 200 km dal confine croato – la ferrovia segue il tracciato come un cane pastore, ed io gli scodinzolo dietro . Un rovo si aggrappa alla ringhiera a protezione del nulla, mentre una signora canguro ne spulcia le more più mature, posandole nel grembiule ripiegato. – Sarajevo? Le chiedo indicando la strada davanti a noi. – Da da! Sarajevo! Esclama con l’enfasi di chi sa la risposta alla domanda finale di Chi vuol essere milionario.
Ondeggio tra le vie della periferia, gustandomi ogni ultimo giro di ruota. Davanti ad una casa segnata dai proiettili mi fermo ad osservarne la forma dei fori, come con le nuvole quando cerco di dar loro una forma – un drago che ride, un cavallo a tre zampe, un fucile che spara. In giardino, un bambino rovescia la sabbia sullo scivolo e riempie il camion a pedali; lo distanzia dagli spari trentacinque anni anni, forse meno. Aggrappato alla scala, suo padre stucca la facciata come a voler dimenticare, coprendo una rana che salta, una bici senza pedali, un fucile senza grilletto.
Pedalo a zig-zag lungo la Via dei Cecchini, consumando fino all’ultimo centimetro di strada: non per arrivare a destinazione quanto per a questa città. Nei 1425 giorni di assedio si pedalava così, zigzagando tra i palazzi masticati, per schivare i colpi dei cecchini e portare del pane a casa o raggiungere il Tunnel della Speranza. Ora cresce in verticale la nuova Sarajevo, tra grattacieli di vetro a specchio e lo slancio appuntito dei minareti, che richiamano alla preghiera con il loro canto-calamita.
Davanti alla moschea del vecchio centro una signora abbrustolisce delle pannocchie, colorate e dolci come questo arrivo dopo 1200 chilometri di . Sembrano lontane, nel tempo e nello spazio, la risiera triestina e le foibe del Carso; meno di una generazione fa, a sei giorni di bicicletta con gamba poco allenata. Gaza appare ancora più lontana, tutto così diverso, così distante e indifferente. E’ invece oggi – ora – a venticinque giorni di pedalata da Sarajevo e le sue : una bici che sfreccia, una nave che salpa, un bambino che gioca in giardino con la sabbia.